LE ECCELLENZE ITALIANE NEL SETTORE DELL’OUTDOOR

Acquistare prodotti esteri non marchiati né garantiti significa correre dei rischi, significa incentivare le produzioni in quei Paesi che non riconoscono i diritti elementari ai lavoratori e significa infine trasferire valuta all’estero, sottraendo gettito fiscale alle casse dello Stato.

   

Mentre in Italia sono diverse le eccellenze italiane che producono e distribuiscono LE vetrate panoramiche (vepa) – sia sul territorio nazionale che all’estero – e possono garantire qualità e assistenza, tracciabilità e certificazioni, a differenza di altri prodotti di dubbia provenienza.                   


Aziende che creano occupazione in Italia, versando tutti i contributi in Italia e pagando le tasse all’Erario italiano. 

                                                                                                       

MADE IN ITALY

Il “made in Italy” è uno dei primi brand conosciuti e apprezzati al mondo, il marchio di un saper fare che ci distingue agli occhi degli altri Paesi. Creatività, qualità, italian life style che si esprimono principalmente nelle aree dell’abbigliamento, arredamento, automazione meccanica, agroalimentare.

 

Ma il mondo stesso è cambiato negli anni e il «Made in Italy» sempre più ha avuto bisogno di definizioni e tutele giuridiche puntuali, regole come riparo da contraffazioni, truffe, concorrenze sleali; da false o fallaci indicazioni d’origine che inducono in errore i consumatori.

 

Fatto in Italia. Cosa significa quella dicitura che pur tutti pronunciamo con orgoglio? Quando è lecito apporla sui prodotti? I confini dipendono dal settore in oggetto e sono individuati da una normativa che comprende diversi testi. Cos’è allora “Made in Italy”? E cosa “100% Italia”?

In generale, è possibile inserire il marchio d’origine “Made in Italy” se il prodotto è stato interamente realizzato in Italia o se in Italia ha subito l’ultima trasformazione sostanziale. «Possiamo quindi partire dalla distinzione tra due “Made in Italy”», spiega l’avvocato Antonio Bana, partner dello Studio legale Bana. «Il marchio previsto dalla legge 350/2009, che lo lega al criterio selettore del Codice doganale comunitario del 1992; e quello introdotto dal Dl 135/2009 (art.6, comma 1) che tratta del cosiddetto “full Made in Italy”».

UN MARCHIO D'ORIGINE

La legge 350/2003 (legge finanziaria 2004, art.4, comma 49) specificava che «costituisce falsa indicazione la stampigliatura “made in Italy” su prodotti e merci non originari dall’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine». La norma rinviava dunque al Codice doganale comunitario CE 2913/1992 (articoli 23-24), secondo il quale «una merce alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi è originaria del paese in cui è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo od abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione».


Questo è stato poi sostituito dal nuovo Codice aggiornato (regolamento CE 450/2008), che disciplina in un unico articolo (il 36) due principi:


«Le merci interamente ottenute in un unico paese o territorio sono considerate originarie di tale paese o territorio. Le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori sono considerate originarie del paese o territorio in cui hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale».

      

Qui si fa riferimento all’origine (doganale) non preferenziale: indipendentemente dalle percentuali di merce nazionale o estera impiegate nella produzione. L’indicazione del marchio d’origine non è dunque concessa se l’attività di trasformazione non è svolta in Italia o se – anche svolta nel nostro Paese – è però marginale. Le indicazioni di provenienza o origine false o fallaci sono punite ai sensi dell’articolo 517 del Codice penale.

TUTTO ITALIANO

«La normativa italiana ha compiuto un ulteriore passo con il Dl 135/2009 (decreto Ronchi, convertito nella legge 166/2009), finalizzato a distinguere chi produce interamente – meglio, esclusivamente – in Italia e chi invece compie solo l’ultima trasformazione (o lavorazione) sostanziale sulla merce o sul prodotto», afferma Bana.


Così l’articolo 16 di questo decreto modifica l’articolo 4, comma 49, della legge 350/2003. E obbliga il titolare o il licenziatario di un marchio a indicazioni precise ed evidenti sull’origine o provenienza. Introduce (comma 1) anche il criterio per cui «si intende realizzato interamente in Italia il prodotto o la merce, classificabile come made in Italy ai sensi della normativa vigente, e per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione ed il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano». «Vi è dunque un “premio” per chi non delocalizza la produzione», commenta Bana. «Perché il suo prodotto non è un made in Italy qualunque ma un “100% Made in Italy”». Indicazioni di vendita sinonime sono “100% Italia” o “Tutto Italiano”.

MADE IN ITALY: ORIGINE O PROVENIENZA?

C’è un consolidato principio giurisprudenziale ribadito anche dalla Cassazione (ad esempio, sentenza 19650/2012), secondo il quale per “origine” o “provenienza” di un prodotto si deve intendere non la sua provenienza da un determinato luogo di fabbricazione, ma da un determinato produttore che si assume la responsabilità giuridica, economica e tecnica della produzione, e si fa garante della qualità del prodotto nei confronti degli acquirenti. Vale per i prodotti industriali e per quelli agroalimentari generici (cioè non Igp o Dop).


Si può quindi apporre il proprio marchio e luogo di stabilimento (italiano) alla merce senza incorrere nel reato di «vendita di prodotti industriali con segni mendaci» (articolo 517 del codice penale). Ma un conto è indicare nome del produttore e località dove ha sede, altro è applicare la scritta «Made in Italy».


Studio Legale Bana –

                                                                                         

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